
Le storie. Assunta Pittaluga e le sue trenta allieve over 40
BURLESQUE, L'ALTRA FACCIA DELLO "STRIP"
L'obbedienza non è più una virtù
Arriva lo strip delle casalinghe
Si chiama burlesque e ha un sacco di ammortizzatori per evitare
di dire papale papale quello che è: uno strip. Non integrale ma
comunque strip. «Detto così, sembra un'altra cosa. Invece è
ironico, rilassante, divertente». Dunque dev'essere un
irresistibile bisogno di ironia, di relax e di divertimento che
spinge decine di donne - dalla manager alla postelegrafonica - a
frequentare corsi per imparare a spogliarsi. In un certo modo,
s'intende. Nella sua scuola cagliaritana di danza, Assunta
Pittaluga ha una trentina di allieve che frequentano lezioni di
burlesque. Se ne occupa personalmente, e non solo. Fa
spettacoli: il prossimo è a Milano. Single, non ammette
oltraggi. E nemmeno insinuazioni. Il suo passato di ballerina
classica, i lavori a fianco dei più importanti coreografi
italiani, il sogno (irrealizzato) di riuscire a ballare almeno
nei pressi di Rudolf Nureyev, ne fanno una testimone autorevole.
Pronta a mentire solo su un dettaglio: «Sono dolosamente vaga
quando mi chiedono l'età. Non me la ricordo». L'ufficio di
segreteria del suo istituto (uno splendido palazzetto d'epoca) è
tappezzato di locandine e attestati vari: questo per dire che la
carriera c'era e c'è. Colpa di una nonna che, quand'era piccina,
l'ha trascinata in una scuola dove le bimbe-bene imparavano a
muovere i primi passi con grazia in attesa di diventare
signorine da marito. Da allora - ed è passato davvero molto
tempo - non si è fermata più. Perfettamente a suo agio in una
mise da spogliarellista (ma questo si scoprirà solo dopo)
nonostante il freddo e un imbarazzato notes davanti agli occhi,
parla del burlesque con vezzosa intelligenza. Respinte al
mittente le provocazioni. Come sono le donne che fanno burlesque?
«Donne che fanno burlesque». Bruttine stagionate? «L'unica
stagionata del gruppo sono io». Età media? «Over 40». Over
quaranta vuol dire tutto. «Allora diciamo che sfiorano i
cinquanta. Cambia qualcosa?» Sul palcoscenico insieme a nomi
mitici (Ugo Dell'Ara) o a teatro con Arnoldo Foà, ha
metabolizzato un sacro principio: la danza è vita. Perdersi nel
labirinto fra orientale, jazz, classica, sportiva o
contemporanea è soltanto un gioco da salotto. «L'importante è
volere», spiega con un sorriso che si allunga verso nerissime
ciglia finte. Il body scuro e le calze da allungare al momento
opportuno come l'elastico di una fionda sono (provvisoriamente)
coperte da un giaccone in attesa che cominci il servizio
fotografico a corredo di questa intervista. Come antipasto,
giusto le ammissioni di prammatica: vero che per molte la danza
è un pretesto per fare amicizia, falso che sia un passaggio
obbligato per playboy a lungo invecchiamento, vero che aiuta a
mettersi in pace con se stessi, verissimo che può servire quando
si vive sull'orlo d'una crisi di nervi. Il destino di Assunta
Pittaluga viene probabilmente da molto lontano, da una casa
ingombra di specchi dove lei - ragazzina coi brufoli - passava
depressa sotto esame. «Ero bruttina. Grazie alla danza mi sono
rifatta dopo». Nel senso che ha imparato a volare, ad essere e a
sentirsi libera dalle mille piccole spietate zavorre imposte dal
conformismo, dal comandamento che regola l'obbedienza
collettiva: questo si fa, questo non si fa. Con lei non vale. A
che serve la danza? «Per chi la fa a livello professionale,
serve come appagamento interiore. Non ci puoi rinunciare. Niente
di diverso dalla febbre che può avvertire un musicista, un
pittore, un poeta. Per quanto mi riguarda, potrei starmene
finalmente tranquilla a fare la calza. Beh, non ci riesco,
continuo a non poterne fare a meno». Per gli altri invece cos'è?
«È una tecnica formidabile per educare il corpo, uno strumento
per socializzare, scoprire un pianeta che - fino a quando non
sei entrato in una scuola di danza - non puoi immaginare».
Perché fa burlesque? «Perché mi diverte. Non è importante essere
belle, giovani, disinibite. L'importante è aver voglia di
mettersi in gioco». Lo dicono anche le veline e le aspiranti
miss. «Nel caso del burlesque non è una frase fatta. Alte magre
grasse basse, tutte possono». Difatti lei l'ha fatto pure in
tivù, a Videolina. «Sì, ma siccome la trasmissione andava in
onda in fascia protetta mi sono limitata a sfilare i guanti».
Altrimenti? «Il burlesque non prevede il nudo integrale, se è
questo che voleva chiedermi. Ci sono molte differenze tra la
ricetta europea e quella americana». Cioè? «Gli Usa hanno una
visione del burlesque a mezza strada tra avanspettacolo e
cowboy: amano le ragazze che si strizzano le tette, per esempio.
Oppure fanno roteare come un lazo le nappine copri-capezzolo. In
Europa non succede nulla di tutto questo. Dita von Teese, che è
la regina del burlesque, non farebbe mai cose del genere. Noi
siamo molto diversi. Più chic». In che senso? «Lasciamo che sia
la fantasia a sedurre, non ti scaraventiamo le tette addosso
come il bidone del latte». C'è stato l'imbarazzo della prima
volta? «No, perché mai? Importante precisare tuttavia che il
burlesque non è danza. Semmai teatro. Racconta con ironica
civetteria storie che durano qualche minuto, mostra situazioni
che possono e debbono suscitare un sorriso». Un sorriso e
nient'altro? «Se nasce altro, affari loro. Tutta salute se si
tratta di adulti consenzienti. Ai miei corsi non sono gradite
minorenni. Una scuola della provincia mi ha chiesto di tenere un
corso: ho declinato l'invito quando ho saputo che avrebbero
assistito ragazzine interessate al burlesque». Complimenti? «Il
migliore è quando, finito uno spettacolo, ti propongono un nuovo
contratto. Di insulti non mi chieda: ci sono stati di sicuro ma
io non sono mai riuscita a sentirli». Nessuno che abbia ecceduto
durante uno spettacolo? «Nei locali dove mi esibisco c'è un
discreto e robusto servizio di sicurezza. Impossibile scavalcare
certe regole di rispetto e buona creanza». Come sono le sue
allieve? «Non capisco la domanda». Ha capito benissimo. «Alcune
potrebbero tranquillamente affrontare il pubblico». Cosa c'è di
ironico nello spogliarsi? «Se una sa di essere normale, giocare
a fare la vamp o la pin up significa fare ironia. Il pubblico
coglie subito questo aspetto». Perché piace? «Alle donne,
soprattutto a quelle che fanno una vita frenetica, frustrante da
casalinga o esaltante in carriera, serve per riscoprire la
propria femminilità. E a condirla di gesti che vanno oltre la
noia, la ripetitività e l'abitudine. Non a caso chi fa burlesque
ha un alter ego». Che significa? «È una delle regole che insegno
dopo le prime tre lezioni: darsi un nome d'arte. È un gioco
psicologico. In questo modo puoi assolverti: chi fa quelle
cosacce col burlesque è un'altra, mica sono io». Lei ha un nome
d'arte? «Certo: Velvet virgin. Vergine di velluto. Ma tra noi ci
sono anche Cherry Sixx, Baby revolution, Vicky Devil, Lady
Camarilla». Qual è il confine tra danza e disturbo psichico?
«C'è ed è sottilissimo, come sottilissimo d'altronde è il
confine tra la vita di tutti i giorni e un'eplosione di follia».
Scegliere il burlesque non è spia di un disagio? «In alcuni casi
potrebbe anche essere. Voglio dire che si iscrive ai corsi anche
la donna infuriata col mondo, oltre che con se stessa. Il
burlesque è una reazione, una meravigliosa scappatoia». Viviamo
travolti da scosciate & tette all'aria: qual è la novità?
«L'atmosfera di eleganza che si riesce a creare, una seduzione
dal gusto nuovo e originale, sapori retrò e grande fascino». E
magari un pizzico di disperazione nascosta. «Per alcune forse
sì. Ma che bella reazione arrivare al burlesque per tentare di
liberarsene». Proviamo a catalogare. «C'è la drogata, cioè la
donna letteralmente ipnotizzata dal burlesque, che una volta
iniziato non smetterebbe mai. Poi c'è quella che ha sempre
desiderato trasgredire e non ha mai potuto. Non avete idea di
che volontà ed energia le animi. Entrare in classe significa
ricevere una scarica di adrenalina». Quelle che rinunciano.
«Succede. Il vero problema è superare la prima lezione. Dopo il
riscaldamento, si comincia con le pose da vamp, gesti che in
casa neanche morta. Se non riesci a entrare nel meccanismo ti
senti inevitabilmente ridicola perché quello non è il tuo modo
di essere abituale. E a quel punto può accadere che abbandoni».
Quelle che a tutti i costi. «Le negate, quelle che sbagliano
gesti e posizioni? Bisogna pazientare e attendere che
migliorino, che riescano ad entrare nel ritmo». E se non ci
riescono? «Ho sbottato una volta sola in vita mia e ho detto ad
un'allieva: se facciamo La bella addormentata tu farai la Bella
nel secondo atto. Perché, salvo qualche minuto, deve solo
dormire». Quelle che bisogna cassintegrare. «No, mai. La
considero una violenza. Seppure mi trovo di fronte a una donna
assolutamente incapace, evito di ferirla. Il burlesque, se hai
la sensibilità di capirlo, è anche terapia». Ha mai chiesto
perché lo fanno? «No, per non metterle in imbarazzo. Venire a
fare burlesque è già una conquista di libertà con se stesse. Una
grande conquista. Figuriamoci se è il caso di fare domande.
Semmai, raccolgo qualche confidenza non richiesta». Per esempio?
«Penso a quella donna che durante la terza lezione ha avuto una
crisi di gioia. All'improvviso ha detto: grazie, mi hai aperto
le porte di un mondo sconosciuto». Spiegate anche il senso del
ridicolo? «Nel burlesque averlo è fondamentale, altrimenti si
diventa una macchietta. Aspetto che siano loro a coglierlo, io
non fiaterei neanche sotto tortura. A lezione non si deve
parlare neppure di difetti fisici, sennò si rischia di diventare
anoressiche». Come mai? «La danza fa scattare l'idea della
leggerezza, della levità. L'anoressia è la trappola che ci sta
dietro. Quindi occorre attenzione». Impresentabili. «Ci sono. Ma
finché si divertono a livello amatoriale, se vedi che sono
felici a danzare, che stanno finalmente sognando, perché rompere
un incantesimo?»
L'intervista è conclusa. Assunta Pittaluga aspetta un segnale
dal fotografo e fila dritta in una delle sale della sua scuola.
Di colpo si libera dal giaccone che la copriva fin sotto le
ginocchia e sfodera un fisico sorprendente, reggicalze nero
incluso assieme a un décolleté ampio e ospitale. Afferra una
sedia per la tipica foto da strip teaser, racconta di un
charleston trasformato in spogliarello di fronte a una platea
stupita e intanto punta l'obiettivo con sguardi a senso unico.
Posa perfino sul vano-scale della scuola, sorriso a tutto tondo:
alla faccia dei moralisti e dei miscredenti. Alla fine, quasi
fosse una vendetta premeditata, si volta e finge di ricordare:
«Mi aveva domandato quanti anni ho? Me ne sono ricordata. Ne ho
compiuto sessantaquattro l'altro giorno».
Giorgio Pisano
pisano@unionesarda.it
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